SANTO ROSARIO

La pratica devozionale del Santo rosario è una sorta di segno di contraddizione nell’attuale congiuntura storica. La immaginiamo istintivamente confinata in polverose celle monastiche, esercitata stancamente vuoi da monaci e suore attempati, vuoi da beghine per le quali il rosario è un imparaticcio che fa da sfondo al pettegolezzo del giorno. Come se ciò non bastasse, contro la pratica si appuntano critiche da parte di accademici biblisti, principalmente, ma non solo, dal lato protestante, eredi dello iato storicamente consumatosi a partire dal Concilio di Efeso, che, proclamando la maternità divina di Maria, la additava quale corredentice. Insomma, il cammino percorso dalla pratica della recitazione del rosario, a partire dall’epoca medievale (XIII° secolo), in cui vide la luce, fino ai nostri giorni è stato per lo meno accidentato; da un lato la “sponsorizzazione” toto corde  di tutta una schiera di santi che non hanno esitato a riconoscere nella pratica devozionale il segreto della contemplazione e del loro centrarsi sulla volontà di Dio; dall’altro un’altrettanto vasta schiera di scettici che, complice la struttura litanica della preghiera, vi hanno ravvisato una pratica stucchevole e inutile, se non del tutto alienante. Non sono mancati, peraltro, sponsor inattesi. Uno dei più bei ravvedimenti riguardo alla preghiera del rosario è, a mio parere, quello di Anthony De Mello. Lo racconta l’autore stesso in un libro prezioso, ancora immune, vivaddio, dall’invasione su larga scala di polli, aquile o consimili volatili: L’incontro con Dio: un cammino nella preghiera. Partito da posizioni scettiche e decisamente “antirosariste” (eppure la struttura quasi mantrica del rosario doveva ben armonizzarsi con la sua sensibilità orientale; la sua critica, evidentemente, poggiava su basi teologiche), ritorna sui propri passi in seguito all’incontro con un sacerdote devoto del rosario, che lo convince dell’intrinseco valore di quella preghiera. Cosa è successo? Quale tesoro intravide De Mello in questa misteriosa sequela di Pater, Ave e Gloria, che è una degna ghirlanda di fiori che possiamo recapitare con fede in cielo? Ovviamente non posso attentarmi a illuminare questo tesoro, che solo l’assistenza dello Spirito Santo può contribuire a far scoprire giorno dopo giorno. Posso però illustrare in sintesi ciò che il rosario rappresenta per me, e questo mi accingo a fare. Per la bisogna mi servirò della versione latina della preghiera, per rispetto verso la sua lingua d’origine e, soprattutto, per motivazioni più sostanziali, che, spero, risulteranno chiare nel prosieguo. Dunque abbiamo tre misteri da meditare, che la tradizione denomina gaudiosi, dolorosi e gloriosi. C’è una meravigliosa sapienza dietro questa impostazione ternaria, che travalica la figura del Cristo e della Vergine, la quale è il prisma attraverso il quale ripercorriamo gli eventi principali della vita del Figlio, e si offre alla nostra meditazione. C’è, in sostanza, un tesoro di sapienza e di provvidenza in tutte la fasi della nostra vita, da quelle più belle e gioiose a quelle in cui il dolore e lo sconforto sembrano precludere e vanificare ogni ricerca di senso. La fede e la certezza della gloria che ci attende possono trasfigurare e comporre mirabili ricami dalle fibre spesso lacere e sconnesse del tessuto della nostra esistenza. La meditazione unitaria dei tre misteri del Cristo vuole educarci a considerare la nostra vita sotto un orizzonte più vasto, che non disconosce le tenebre del disincanto e dello scoraggiamento, ma è anche memoria della felicità che abbiamo sperimentato e, ancor di più, anticipo di beatitudine nel paradiso. Ma torniamo ai misteri, che si articolano in cinque quadri, relativi ad altrettanti episodi della vita di Gesù e Maria. Ciascun quadro viene enunciato e accompagnato da un Pater, dieci Ave Maria e un Gloria. Qui ci imbattiamo nel primo scoglio: che senso ha snocciolare una preghiera dopo l’altra nelle meditazioni di ciascun mistero? L’obiezione ha il suo perché, nella misura in cui perdiamo di vista le parole di quelle preghiere e non le lasciamo sedimentare nel nostro cuore. Le ripercorriamo a grandi linee, a cominciare del Pater. Questa preghiera si articola in sette petizioni (sia santificato il tuo nome/venga il tuo regno/sia fatta la tua volontà/dacci il nostro pane/rimetti i nostri debiti/non ci indurre in tentazione/liberaci dal male). Si parte dall’”alto”, con un accento particolare sulla santità di Dio e sull’adesione alla sua imperscrutabile volontà e si scende progressivamente alla materialità delle richieste a cui l’uomo, creatura fragile e limitata, non può sottrarsi. È il primo mattone del rosario, la sua pietra angolare, col quale rendiamo omaggio a Gesù maestro e alla preghiera che consegnò amorevolmente ai suoi discepoli. A seguire abbiamo una catena di dieci Ave Maria, che danno alla preghiera del rosario la sua caratterizzazione tipica. L’incipit dell’Ave ci riporta all’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele e la sua chiusa configura una specie di prequel  di quell’altissimo evento; come il prequel  è un film che illustra gli eventi preparatori di una famosa opera cinematografica uscita in precedenza, così dobbiamo cercare, per quanto possibile, di entrare nell’anima della Vergine per scorgervi quella tensione di preghiera e quell’amore per l’umanità errante che sono stati il presupposto dell’angelica visita. Dobbiamo infatti immaginare che l’Annunciazione non ha come destinataria un’anima tiepida o distratta, ma è il messaggio offerto a una creatura che attendeva la salvezza dell’uomo proprio perché soffriva, con la profondità attingibile solo da un’anima sgombra dal peso del peccato, il dramma dell’allontanamento dell’uomo dai sentieri della vita offerti a noi viandanti dal Padre. Il suo pregare per noi peccatori non è quindi solo un’extrema ratio ma è, ancor di più,il primum movens che ha fatto di Maria la creatura prescelta per la missione più alta che sia stata mai concepita. Il numero di Ave Maria che si recitano è in diretta relazione alla simbologia sacra del 7 e del 3, che richiama rispettivamente la pienezza della divinità e le virtù teologali. Con il Gloria rendiamo onore alla Santissima Trinità, nel cui seno è andato formandosi il mistero di salvezza dell’uomo; ad essa piacque associare al suo progetto una figlia di Abramo, nostra consanguinea  e madre nella fede. La consapevolezza dei significati riposti nelle pieghe di queste preghiere, che spesso sviliamo nella meccanicità monocorde di una tiritera, illustrano perché il rosario abbia anche, come direbbero i linguisti, un valore performativo, ovvero richiede da parte nostra un’apertura alle profondità dell’agire divino e al tempo stesso una disponibilità a farsi interpellare dal progetto di beatitudine che è predisposto fin dall’eternità per ogni uomo di buona volontà (è proprio questa dimensione metatemporale ad essere richiamata dal Gloria). Passiamo in rassegna ora i misteri gaudiosi, che nella enunciazione latina si distinguono per il pronome relativo che li introduce tutti: quem. L’uguaglianza degli incipit è ben più che un espediente mnemonico; è proprio questo quem a caratterizzare i cinque misteri gaudiosi come “transitivi”. Maria è allo sfondo di ciascun mistero, ma i riflettori sono puntati su Gesù, presentato dal concepimento fino all’età adolescenziale. Maria è lo strumento privilegiato di cui Dio si serve per farsi uomo e abitare tra noi. Il fascino di questi misteri sta nel fatto che essi ci presentano quadri di vita familiare, ma conservano al tempo stesso l’impronta della potenza di Dio, che sposa l’abisso di umiltà nell’anima di Maria. Proprio per questo possiamo dire che l’Arcangelo associato a questi misteri (lo troviamo evocato nel primo) è Gabriele, che significa: Dio è potente. Vediamoli in sintesi: del primo (Quem, Virgo, concepisti) ho già accennato pocanzi; il secondo (Quem, visitando Elisabeth, portasti) richiama lo spirito di servizio di Maria, che si reca dalla cugina per aiutarla ad affrontare le ultime fasi della gravidanza, in una meravigliosa armonia di intime sensazioni e di gioia. Nel terzo contempliamo la nascita di Gesù (Quem, Virgo, genuisti), nel quarto la presentazione al tempio (Quem in templo presentasti) e nell’ultimo il ritrovamento al tempio (Quem in templo invenisti). I cinque misteri dolorosi sono contraddistinti dal comune sintagma pro nobis e mettono pertanto in risalto la ragione del farsi carne di Gesù: prendere su di sé il peccato del mondo e aprire all’uomo una prospettiva di libertà, di vita piena. Sono i misteri dell’adultità di Gesù; gli ultimi giorni della sua vita terrena rivelano lo scatenamento delle forze diaboliche che, lungi dal soverchiarlo, fanno risaltare e di fatto esaltano la potenza obbedienziale del Figlio di Dio. Sullo sfondo di questi misteri dolorosi la preghiera del Pater la avvertiamo quasi con dolore, per l’apparente assurdità di un afflato di salvezza che deve necessariamente passare per l’abbrutimento della più bella creatura che la terra abbia mai visto. Si può capire perché Padre Pio, altro campione di questa devozione, di fronte a una fedele un po’ zelante che vantava il record di snocciolamento di rosari, rispondeva placidamente che lui, nel tempo in cui essa recitava due poste, riusciva a malapena a meditare la parola Pater. Ed è proprio questo incontro ricco di pathos tra il Pater buono e il figlio sottoposto alla prova suprema a conferire un carattere affatto particolare a questi cinque misteri, ai quali possiamo associare, quale Arcangelo tutelare, Michele, l’eversore di Satana. I misteri iniziano con la “crisi” del Getsemani (Qui pro nobis sanguinem sudavit), procedono con la flagellazione (Qui pro nobis flagellatus est), con l’incoronazione di spine (Qui pro nobis spinis coronatus est), con il doloroso trasporto della croce (Qui pro nobis crucem baiulavit) e terminano con la crocifissione (Qui pro nobis crucifixus est). I misteri gloriosi sono intrisi di eternità; dopo il Gesù adolescente e il Gesù adulto abbiamo il Gesù eterno, che rientra nel pieno possesso delle sue prerogative e ci indica chiaramente il nostro destino: contemplare il volto del Padre in una dimensione di amore e di luce senza tempo. Le ferite del martirio furono coperte sulla terra da olî profumati; ora in cielo ricevono il balsamo dello Spirito Santo; si potrebbe dire che l’Arcangelo associato a questi misteri è Raffaele, la medicina di Dio. Li passo velocemente in rassegna, anticipando che nella enunciazione latina il pronome usato è al nominativo: qui. Siamo chiamati, pertanto, a una contemplazione più alta, che attinga l’ineffabile sostanza trinitaria, operatrice di sovrumani portenti, senza ausilio di mediazioni creaturali. Nel primo mistero contempliamo la resurrezione (Qui resurrexit a mortuis), nel secondo l’ascensione (Qui in cælum ascendit), nel terzo l’invio dello Spirito Santo (Qui Spiritum Sanctum misit), nel quarto la dormizione di Maria (Qui Te assumpsit) e nell’ultimo la gloria celeste della Vergine, Regina del Cielo (Qui Te in cælis coronavit). La meditazione di tutti i misteri suddetti impegnerebbe l’orante in una maratona spirituale forse un po’ faticosa, ma certamente non priva di frutti. I misteri di cui parliamo sono infatti leggibili anche “verticalmente”, con risultati a mio modo di vedere sorprendenti. Cercherò di metterli in parallelo, con l’avvertenza che questa non è che una pista di ricerca, uno spunto per eventuali approfondimenti. Dunque proviamo ad accostare i rispettivi primi misteri: il concepimento verginale (gaudioso), l’angoscia del Getsemani (doloroso) e la gloria della resurrezione (glorioso); mi pare di intravedere in filigrana in tutti e tre i misteri il disegno di paternità di Dio. L’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria il disegno celeste della sua maternità, che proprio nello specialissimo modo in cui si realizza (verginità) reca impresso il sigillo dell’impronta divina. La paternità divina è più sfumata nel mistero dell’agonia nell’orto degli ulivi, eppur presente nell’effusione di sangue e acqua (Qui pro nobis sanguinem sudavit), che troviamo confermata nella trafittura della lancia nel costato di Gesù. Come il sangue e l’acqua sono i prodotti della maternità/paternità (parto), così Gesù prega per un’umanità che deve rigenerarsi, rinascere dall’alto. I secondi rispettivi misteri ci presentano la visita di Maria alla cugina Elisabetta (gaudioso), la flagellazione (doloroso) e l’Assunzione (glorioso). Il comun denominatore qui è il servizio e l’incredulità. Maria si reca dalla cugina e dallo sposo di questa, Zaccaria, il quale, non avendo creduto alle parole celesti che gli anticipavano la sua paternità, sconta la sua poca fede con un temporaneo mutismo. La presenza di Maria ha un effetto positivo sulla cugina Elisabetta ma è, ancor più, un contraltare all’incredulità di Zaccaria. L’episodio della flagellazione traspone il “servizio”, che in Maria è amorevole soccorso alle necessità altrui, su un piano talmente alto da sfiorare l’irragionevolezza (credo quia absurdum), presentandoci il Figlio dell’uomo percosso appunto come il più abietto dei servi; ma ci presenta anche un’altra forma di incredulità, più strisciante e insidiosa della debolezza nella fede del povero Zaccaria. Per coglierla dobbiamo andare a quel bellissimo scambio tra Gesù e Pilato sulla verità; il governatore romano vorrebbe sapere cos’è la verità ma ha una fortissima resistenza (verrebbe da dire: come noi) a rinvenirla in quel giudeo indifeso e apparentemente ignaro di quali siano i reali rapporti di forza nel mondo. Il dilemma tra l’esempio della forza e la forza dell’esempio è chiaramente risolto da Gesù a favore di quest’ultimo termine: questo è il suo servizio alla verità. L’ascensione fu un episodio che servì a corroborare la fede dei discepoli in un frangente particolare, in cui l’assenza di Gesù dopo la sua dipartita terrena rischiava di produrre una desolata disperazione. Essa è quindi a un tempo farmaco contro l’incredulità (il Figlio dell’Uomo è tanto più vivo in quanto si ricongiunge col Padre) e servizio amorevole ai discepoli disorientati. I rispettivi terzi misteri offrono alla nostra contemplazione la nascita di Gesù (gaudioso), l’incoronazione di spine (doloroso) e il dono dello Spirito Santo (glorioso). Il denominatore comune qui è la regalità, che si afferma, pur nell’apparente difformità di luoghi e circostanze, nei misteri gaudioso e doloroso. Non genera certo imbarazzo ai pastori di Betlemme il fatto che il Re degli angeli è nato in una grotta, così come la regalità di Gesù, scimmiottata dalla soldataglia romana e fomentata dalle autorità religiose ebraiche conl’imposizione della corona di spine, non menoma la regalità di Gesù. Nel mistero glorioso, infatti, Egli invia lo Spirito che inaugurerà la sua Chiesa, modello del Regno di Dio. I rispettivi quarti misteri ci presentano l’offerta al tempio di Gesù infante (gaudioso), il caricarsi della croce del Figlio di Dio (doloroso) e l’Assunzione di Maria (glorioso). Il filo conduttore qui è il “portare” o, nel mistero glorioso, l’essere portati. Nel mistero gaudioso Gesù è introdotto nel tempio e prende su di sé il giogo della legge; nel mistero doloroso il giogo dei precetti di Dio si muta in un pesante patibolo, portato comunque per amor nostro (pro nobis). Dopo la resurrezione, la Legge e la croce passano e si inaugura l’era dello Spirito. Maria matura questa consapevolezza, compie fino all’ultimo il suo dovere di Madre dei discepoli e madre nostra finché, libera da ogni gravame, viene “portata” in cielo nel tripudio angelico, anch’essa come il Figlio esente dall’insulto della corruzione. I rispettivi quinti misteri hanno diversi punti di tangenza. Il ritrovamento di Gesù dopo tre giorni di smarrimento (gaudioso) richiama il mistero della morte/resurrezione, separati da un arco temporale di tre giorni (doloroso), e la vicenda terrena di Maria richiama la simbologia dei “tre giorni” che troviamo in diversi luoghi del Vecchio Testamento. Basi pensare ai tre giorni necessari per uscire dall’Egitto, compiere un pellegrinaggio nel deserto e offrire sacrifici a Dio (Es 5,3), oppure ai tre giorni di cammino, dopo l’attraversamento del Mar Rosso, al termine dei quali il popolo ebreo raggiungerà il luogo in cui si manifesterà la misericordia del Signore (Es 15,23). Anche Maria attraversò il deserto nelle strade della Palestina e dell’Asia minore; dovette superare durissime prove che ne forgiarono l’anima e la resero ancor più degna dell’incontro con Dio. Ed è proprio Dio che, allo spirare dei tre giorni simbolici terreni, Le attribuirà il premio supremo in Cielo.